
«Beata te che adesso vai in ferie per tre mesi.»
Me lo dice il tabaccaio, allegro, mentre infila nel sacchetto i miei francobolli e la schedina della lotteria (che per inciso perderò).
Annuisco. Non rispondo.
Perché se parlassi davvero, rischierei di spiegargli in modo dettagliato dove può infilarsi questa teoria vacanziera.
Giugno non è un mese. È un limbo.
Non fai più lezione, ma sei sempre lì.
I ragazzi di prima e seconda sono evaporati tipo gocce d'acqua sul banco dopo l’ultima campanella.
Ma quelli di quinta no.
Quelli di quinta restano.
E diventano presenza costante, rumore di fondo, nostalgia anticipata.
Le mattine cominciano presto e finiscono tardi, con scrutini che sembrano assemblee condominiali, verbali da firmare, consigli dove ci si guarda in faccia come se ci si vedesse per la prima volta.
Si parla di valutazioni, di recuperi, di medie ballerine che oscillano tra il “eh però” e il “dai su”.
Intanto, fuori, tutti iniziano a dire “buone vacanze”.
E io dentro a pensare: ma dove?
Poi arriva la cena.
Quella.
La cena con la quinta.
Quella che comincia con:
“Prof, abbiamo prenotato, ci teniamo tantissimo che venga!”
e finisce con il cameriere che mi fissa chiedendosi se sono la madre, la babysitter o una sopravvissuta a una guerra urbana.
Il ristorante è pieno.
Noi siamo troppi.
Loro fanno casino come se fosse il loro addio al celibato collettivo.
Io siedo in un angolo, con la mia Coca-Cola e la schiena che grida vendetta, e aspetto il momento.
Il momento in cui leggo la lettera che ho scritto per loro.
Non gliel’ho detta a nessuno. L’ho scritta a casa, col cane che russava e una lacrima che tentava di farsi spazio.
Gliela leggo, tra il secondo e il dessert, quando l’effetto delle patatine fritte li ha un po’ rallentati.
Parlo di loro, di noi, di questi cinque anni.
Di quando ho pensato di mollare.
Di quando mi hanno fatto ridere, arrabbiare, imparare.
Del fatto che li porterò con me, ognuno nel suo modo storto e bellissimo.
Silenzio. Vero.
C’è chi piange (nessuno lo ammetterà mai), chi ride tra i denti, chi guarda nel vuoto come se stesse capendo solo ora che è finita.
Poi, ovviamente, ricomincia la baraonda.
Qualcuno si arrampica su una sedia, qualcuno inciampa nel tavolo.
Un cliente cambia tavolo. Il cameriere cambia espressione. Io cambio idea sul numero di figli che potrei gestire in un’altra vita.
E quando torno a casa, a mezzanotte passata, mi tolgo le scarpe e trovo in tasca un bigliettino:
“Prof, siamo stati fortunati.”
Respiro. Penso. Forse lo sono stata anch’io.
Poi inizia la maturità.
Fine giugno, inizio luglio.
Sveglie all’alba, griglie, discussioni sullo “spirito critico” alle sette e mezza del mattino.
Colloqui dove uno ti dice che Pirandello era un filosofo tedesco e un altro che il Romanticismo nasce su TikTok.
Tu resti lì, annuisci, cerchi senso in una bottiglietta d’acqua.
Ogni giorno uguale, ogni giorno diverso. Ogni giorno col pensiero: ma non dovevo essere in vacanza?
A luglio si spengono i riflettori.
Eppure resti a scuola.
A riordinare, a smontare, a chiudere progetti, a fare liste che ti fanno sembrare pazza (spoiler: lo sei).
Ti dicono:
“Ma adesso sì, ti riposi.”
Sì. Certo.
A casa ho tre figli, una pila di libri sulla didattica da leggere, un laboratorio mentale da ristrutturare.
E arriva agosto.
Dal primo al ventitré faccio le ferie.
Sul serio.
Mare, montagna, pineta, anche solo terrazzo.
Ma ogni luogo diventa aula.
Ogni tramonto è l’inizio di una lezione.
Ogni libro ha un post-it.
Ogni conversazione diventa spunto.
Perché non riesci a spegnere.
E proprio quando stai iniziando a rilassarti, ecco il 25 agosto.
Esami di recupero.
Poi 1° settembre: collegi, dipartimenti, programmazioni, orari che cambiano tre volte al giorno, e quel collega che dice:
“Dai, quest’anno iniziamo tranquilli.”
Sì. Tranquilli come un’invasione di gatti in un’aula di informatica.
E così, quando il panettiere, l’edicolante, l’umanità tutta mi guarda e dice:
“Tre mesi di ferie, eh?”
…io sorrido.
Ma dentro mi si stampa in fronte la verità.
Tre mesi?
Tre settimane.
Forse.
E anche lì, la testa è a scuola.
Perché se insegni, non stacchi.
Al massimo respiri, tra una campanella e un ricordo.
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