
Sveglia alle 6.00 di mattina, dopo una notte passata a rigirarmi nel letto: di quelle notti in cui il corpo dorme ma la testa no, e continua a fare l'inventario di tutto quello che dovrà affrontare da lì a poche ore. Colazione frugale, per non svegliare il marito e la ciurma che ancora sono tra le braccia di Morfeo, doccia veloce e poi la scelta dei vestiti per affrontare la prima vera giornata dell'anno scolastico: quella del collegio.
Salgo in macchina e accendo la radio. Parte il mio programma preferito, quello che mi fa compagnia ogni giorno nel tragitto verso il lavoro, e nel frattempo penso che le vacanze sono davvero finite, che sta per ricominciare il tran tran della vita di tutti i giorni, e questa mattina ne è la prova provata: si torna a scuola per il primo impegno ufficiale che dà il via al nuovo anno.
Arrivo che i cancelli sono ancora chiusi, e mi godo un attimo di relax chiusa in macchina, spippolando al cellulare. Alla spicciolata arrivano i colleghi e gli assistenti tecnici, e insieme ci prendiamo il primo caffè della mattina, quello che dà la carica, ma che ha anche il sapore di una preghiera collettiva, di una speranza sussurrata a bassa voce: speriamo bene, anche quest'anno.
Dieci minuti prima dell'inizio ci spostiamo in branco verso l'aula magna. Saluti ai colleghi che non vedi dalla fine della scuola, abbracci veloci, "come sono andate le ferie" buttate lì senza aspettarsi davvero una risposta lunga, e poi tutti a prendere posto.
Non so se nelle vostre scuole funziona così, ma credo di sì: da noi ci sono i posti ormai prestabiliti per ogni dipartimento, e guai a sconfinare. Noi di Meccanica siamo gli studenti dell'ultima fila, quelli che si defilano dalle prime postazioni ma che poi, compatti, prendono decisioni nette su qualunque cosa vada decisa. Siamo quelli un po' casinisti che però, alla fine della fiera, sono abbastanza buoni e disciplinati: la classe che il preside teme all'inizio e ringrazia alla fine.
Nella pletora di insegnanti che si preparano al primo collegio noti subito i nuovi arrivati: lo sguardo un po' smarrito mentre cercano di capire dove sedersi, lo stare leggermente in disparte rispetto alle dinamiche che si muovono ormai automatiche tra i docenti di ruolo da anni. A guardarli ripenso al mio primo collegio, e anche se sono passati già (o solo) 8 anni, sono ancora vivide le emozioni che ho provato: il timore di essere fuori luogo, l'impatto con tutte quelle persone che sembravano assolutamente nel posto giusto al momento giusto. Adesso sono tra quelli "esperti", e mi piace osservare le loro espressioni, cercando di ritrovarci quelle stesse emozioni che mi muovevano dentro qualche anno fa e che, a dirla tutta, non sono ancora sparite del tutto.
Il chiacchiericcio in aula magna è allegro, i saluti tutti, più o meno, spontanei, e la voglia di ricominciare sembra ancora far parte di tutti gli animi. Fa strano tornare a scuola dopo una pausa estiva che non sempre è davvero rilassante e che raramente ti fa staccare del tutto.
All'arrivo della dirigente il brusio si placa di colpo. Tutti in attesa che il collegio inizi, proprio come gli studenti quando entra la prof in classe: silenzio per i primi due minuti, poi il brusio riprende, pian piano, sempre compostamente.
Si parte con l'ordine del giorno, quello lunghissimo che nei mesi estivi qualcuno in segreteria compone con dedizione certosina e che noi scorriamo dal fondo per capire quanto durerà il supplizio. Punto uno: il saluto e i buoni propositi per l'anno. Punto due: l'organico, con annessa mappa dei nuovi arrivi, e qui parte un applauso di circostanza per chi è tornato da un altro istituto, come se fosse un giocatore ripescato dal mercato. Punto tre, quattro, cinque: orari, dipartimenti, PTOF, tutte parole che fuori da queste mura suonerebbero come una lingua straniera e che invece per noi sono pane quotidiano.
Non manca mai il collega che alza la mano proprio quando la dirigente sta per chiudere un punto, per fare la domanda che tutti gli altri nella sala avevano pensato ma nessuno aveva il coraggio (o la voglia) di fare ad alta voce. Il collegio si allunga di dieci minuti buoni, qualcuno sospira, qualcun altro invece si illumina, perché finalmente qualcuno ha detto la cosa giusta al momento sbagliato.
Mano a mano che ci avviciniamo alla fine, la fame, il caldo di fine estate che ancora si fa sentire nell'aula magna e la stanchezza accumulata rendono tutto più complicato: le gambe che si muovono nervose sotto il banco, gli sguardi che iniziano a cercarsi tra file diverse in cerca di solidarietà silenziosa, qualche telefono che vibra e viene guardato di sfuggita. Ma stoicamente, da bravi studenti dell'ultima fila, riusciamo ad affrontare anche l'ultimo punto all'ordine del giorno.
Quando la dirigente chiude il collegio con l'augurio di un buon anno scolastico, ci si alza tutti quasi in contemporanea, con quella fretta un po' liberatoria di chi ha appena finito un'interrogazione andata discretamente bene. Fuori, il sole di settembre è ancora quello estivo, e mentre torno verso la macchina penso che, in fondo, è proprio da qui che riparte tutto: da un'aula magna scomoda, da un caffè che sa di preghiera, da un ordine del giorno infinito. È il rito che ogni anno mi ricorda perché, nonostante tutto, questo mestiere continuo a farlo con lo stesso timore, e la stessa voglia, del primo giorno.
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