Il Mio Blog

Il primo caffè della giornata
Data Pubblicazione: 4 Giugno 2025
caffe

“Dedicato a Tamara, Alessi e Cinzia, le bariste del mio cuore. Con la grazia di una regina e la velocità di un barista napoletano alla vigilia di Natale, riescono ogni mattina ad accontentare orde di insegnanti esausti e studenti ipoglicemici. Senza di loro, l’intero sistema scolastico nazionale collasserebbe in tre giorni.”

Ci sono rituali che a scuola non si possono cambiare. Uno di questi è il caffè della mattina.

Altro che PNRR, riforma dei cicli o registro elettronico: senza caffè, cade tutto. Le programmazioni si svuotano di senso, le UDA evaporano, la didattica per competenze diventa didattica per disperazione.

Per questo io mi sveglio con un solo obiettivo: arrivare prima che la marea montante di studenti e colleghi distrutti invada il bar scolastico. Il bar della scuola, nelle prime ore, è un luogo di pace interiore. Una sorta di confessionale laico in cui si condividono sguardi stanchi e battute sulla quinta ora con la stessa solennità con cui si recitano salmi.

Il primo caffè non è una bevanda: è una dichiarazione d’intenti, è una richiesta d’aiuto, è un atto politico. E va consumato con lentezza, concentrazione e, possibilmente, seduti.

Ma come ogni rito, anche questo ha le sue regole, ferree quanto le gerarchie interne al corpo docente (dove chi ha la cattedra fissa da 30 anni comanda).
Regola numero uno: arriva prima delle 7:35. Se arrivi dopo, sei perduto.

Perché alle 7:40 inizia l’assalto. Prima entrano gli studenti e le studentesse, ancora un po’ intontiti, che chiedono cappuccini con cinque tipi di latte diversi e brioche di ogni genere. Poi arrivano i colleghi più sprint, quelli che fanno colazione come se dovessero partire per il Giro d’Italia. Ordinano spremute, doppio caffè, toast, acqua e anche una battutina tipo “oggi interrogate voi, eh?”.

A quel punto, l’aria si fa densa. Le urla si accavallano. I bicchieri tintinnano come in una taverna vichinga. Tu stai ancora cercando di toglierti il giubbotto e già hai tre zaini sotto il braccio, il computer sul fianco e un cornetto altrui che ti è atterrato nel cappuccio.

Il caffè? Ottimo ma che bevi in fretta. Tanto in quel momento non è gusto, è sopravvivenza.
Uno shot.
Un'iniezione di caffeina nelle vene.
Un vai col Signore e affronta l’ora di educazione civica in terza D.

E i tavoli? Ah, i tavoli. Pochi. Ambiti. Più che tavoli, sono reliquie scolastiche.
Occupati da:
– studenti con lo zaino più grande di loro che correggono i compiti copiati da ChatGPT;
– ragazzi che mangiano brioche da 2000 calorie, o panini cotoletta ketchup e maio alle 7:45 senza batter ciglio;
– coppiette che si tengono per mano fissando il vuoto, pronte a lasciarsi prima della campanella.

Se trovi un tavolo libero, non lo devi semplicemente occupare.
Lo devi difendere.
Con sguardo truce. Con gomiti larghi. Con l'autorità che solo il prof sa usare quando dice “questo è il mio posto” e nessuno osa fiatare.

Poi c’è il collega zen. Quello che arriva alle 7:55 con un sorriso beato, si mette in fila senza fiatare, prende un orzo tiepido e ti dice: “ma dai, in fondo è solo caffè”.

Solo caffè? SOLO CAFFÈ?

 

Amico mio, questo è il liquido che separa il sonno dalla lucidità, l’apocalisse dal consiglio di classe, il burn out dalla gestione delle prime due ore.

Quando riesco ad arrivare puntuale, con la calma giusta, e Tamara o Alessia o Cinzia mi guardano e sanno già, sa già che voglio il solito, e senza dire nulla mi porgono quella tazzina con la grazia di un angelo barista… allora lì, e solo lì, sento che posso affrontare qualsiasi cosa.

Persino una riunione alle 14.
Persino il registro elettronico offline.
Persino la 5F che ha deciso di abolire la grammatica come forma di protesta.

Persino se è lunedì.

Ecco, tutto questo per dire: il caffè della mattina non è un optional.
È un diritto costituzionale non ancora scritto, ma profondamente vissuto.
E ogni giorno, alle 7:35, io sono lì, pronta, con il cuore in mano e le occhiaie alla riscossa.
Perché senza quel caffè… io non sono io.
Sono solo una madre di tre figli, ingegnera e docente di meccanica con la faccia da zombie e la pazienza a tempo determinato.

Peccato che ultimamente arrivi sempre tardi e quando accade così tocca aspettare diligentemente in fila cercando di raggiungere il bancone del bar in tempo prima del suono della campanella.