Il Mio Blog

Rotta. Letteralmente.
Data Pubblicazione: 31 Maggio 2025
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Dedicato a Stecco e Guido, i miei salvatori in scarpe da ginnastica. Perché non tutti gli eroi indossano mantelli: alcuni ti afferrano prima di una craniata e ti portano lo zaino come se trasportassero l'intera meccanica quantistica. Grazie per avermi tenuta su quando letteralmente stavo andando giù.

Non ricordo il momento esatto in cui il piede ha deciso di firmare le sue dimissioni. So solo che stavo scendendo le scale per andare a fare lezione, chiacchierando con alcuni studenti che mi supplicavano in coro stile gospel di far fare un compito di recupero per salvare il quattro della verifica precedente. Io, insieme al mitico Stecco, ci stavamo divertendo a tirarla per le lunghe: "Non so, non so... la mia magnanimità è un bene raro, come le fotocopie funzionanti in questo istituto." Ovviamente il compito era già in programma, ma se non li fai sudare un po', che gusto c'è?

Poi — zac. Due gradini traditori. Il piede decide di scioperare, l'equilibrio se ne va come uno studente il venerdì alle 15.50. Io, manco a dirlo, faccio un volo degno delle comiche mute: un misto tra balletto contemporaneo e atterraggio d'emergenza Ryanair.

Sono precipitata con la grazia di una lavatrice piena. Stecco e Guido, i miei due santi studenti, mi hanno vista volare e con riflessi da Marvel mi hanno ripescata al volo, evitandomi una craniata contro il tavolo delle collaboratrici scolastiche. Lì per lì ho detto: "Tutto a posto, tutto bene, solo un po' storto!" Menzogna. Colossale. Avevo dolore anche nei capelli.

Mentre mi rialzavano tipo marionetta rotta, l'umiliazione galleggiava nell'aria: ero la prof raccolta dal pavimento come una cartellina caduta, sotto gli occhi di colleghi, bidelli e quel maledetto distributore di merendine che tutto vede e nulla dimentica.

Con la dignità posticcia che solo noi docenti sappiamo improvvisare, ho detto agli studenti: "Scusatemi, ma ora voglio andare fuori da sola a dire parolacce." Così ho fatto. Trenta secondi scarsi di libertà poetica sotto il cielo senese, a sibilare insulti al vento come una vecchia radio impazzita.

Poi, nemmeno il tempo di finire il rosario laico, che escono di nuovo loro: Guido e Stecco, con il mio zaino in mano. Uno zaino pesante come il giudizio universale e pieno di appunti, penne, chiavi, progetti, sogni infranti e forse pure una chiave inglese.

Mi hanno letteralmente sollevata di peso, con la delicatezza di due buttafuori zen, e mi hanno scortata in infermeria. Lì, mentre mi toglievano la scarpa per mettere il ghiaccio, il mio unico pensiero è stato: "Oddio, spero che non mi puzzino i piedi."

Poi, la telefonata al 112. Il mio esordio, molto professionale: "Buongiorno, sono caduta dalle scale, ma non ho battuto la testa." Come a dire: sono rimbambita di mio, grazie, non serve controllare.

Diagnosi: frattura. Gesso. Riposo. Il trittico dell'inferno per una prof iperattiva.

Stop.

Ecco, è stato quello il colpo di grazia. Il verbo al rallentatore. Io, che corro, parlo, salto tra classi, laboratori e riunioni come un personaggio dei Looney Tunes in cattedra... bloccata. Seduta. Zitta (quasi).

Da casa, col piede ingessato su due cuscini e un ego ammaccato peggio dell'osso, ho scoperto l'insegnamento remoto 2.0: messaggi vocali alle tre di notte, chat che mi chiedevano se il rendimento si calcola "con la bilancia", compiti fotografati con più gatto che contenuto, e un'allieva che mi ha mandato la soluzione di un esercizio scritta... su una banana.

Ho riso. Ho riso tanto. Anche perché piangere con un piede rotto è pericoloso: potresti scivolare sulle lacrime.

E ho capito che la scuola, anche se sei lontana, ti tiene dentro. Ti bracca. Ti ingloba. E pure con un arto in meno, sei ancora nel vortice.

Seduta sul divano, tra ghiaccio e tachipirina, ho sentito qualcosa cambiare. Anche se non potevo muovermi, ero ancora lì. Anzi, forse più di prima. Più vera. Più inutile e utile insieme.

Il piede si aggiusterà. L'osso si salderà. Tornerò a salire quelle scale con più sospetto e meno foga. Ma una cosa resterà: lo sguardo dei miei due eroi improvvisati, che per una volta hanno fatto loro da adulti, mentre io facevo la comparsa cadente.

E alla fine ho pensato: se non puoi camminare, fatti portare. Ma prima, controlla le calze (come mi ha sempre insegnato mia mamma “che non si sa mai cosa potrebbe capitare”).

E proprio grazie a quella frattura, a quell'immobilità assurda, dopo un iniziale periodo di sconforto cosmico e una noia grande quanto una circolare senza fine, ho scoperto un superpotere dimenticato: scrivere.

Scrivere per non impazzire. Per non morire di riunioni online. Per tenere il cervello in moto mentre il piede scioperava.

Così sono nati i miei racconti.

Racconti di sopravvivenza quotidiana in una scuola tecnica. La vita tragicomica di una prof.ssa che insegna materie toste a ragazzi che puzzano, fanno battute terribili, ma che in fondo sono pieni di un bisogno che non ha nulla di scolastico: vogliono essere visti, ascoltati, riconosciuti.

E io, con il piede in gesso e la penna come stampella, ho iniziato a farlo. A raccontarli. A raccontarmi. Perché forse, scrivere è solo un altro modo per dire: tranquilli, ci sono ancora.